Da Regeni a Gerusalemme, il 2017 in un’intervista ad Andrea Margelletti. E per il 2018? “Bisogna avere coraggio”

In questo periodo dell’anno si è soliti fare bilanci, si pensa ai progetti per il futuro. Geo-politicamente il 2017 è stato un anno pregno di cambiamenti e sconvolgimenti, alcuni processi si sono conclusi, ma la maggior parte avranno corso nell’anno che verrà. Così abbiamo deciso di provare a ripercorrere i maggiori fatti di questi ultimi 12 mesi, con uno sguardo ai possibili scenari del 2018: lo facciamo con un ospite di eccezione, assolutamente politically incorrect: Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali, già docente presso la Facoltà di Scienze delle Investigazioni e della Sicurezza dell’Università di Perugia e Narni, la Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio, la Scuola Ufficiali e Sottufficiali dell’Arma dei Carabinieri, la Scuola Superiore della Polizia di Stato, l’Istituto Alti Studi per la Difesa dello Stato Maggiore della Difesa, il Centro Studi Post-Conflict Operations dell’Esercito Italiano, la Scuola di Polizia Tributaria ed il Centro Addestramento di Specializzazione della Guardia di Finanza, il Centro Interforze Intelligence dello Stato Maggiore Difesa; primo ed unico membro onorario delle Forze Speciali Italiane. Margelletti dal 2012 è consigliere del ministero della Difesa, ma in quest’intervista ha risposto a titolo personale.

– Partiamo dai fatti più recenti. Il 2017 si conclude con la dichiarazione del presidente americano, Donald Trump, di Gerusalemme capitale dello Stato di Israele. Cosa dobbiamo aspettarci nel 2018? Si placheranno gli animi o andremo incontro ad una nuova intifada?
“Io credo che tutti, compresa l’Europa, pagheremo col sangue questa scelta dissennata del presidente degli Stati Uniti. È stata talmente dissennata che quando Clinton decise di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, poi si rese conto e la bloccò. Cosa che poi hanno fatto tutti i presidenti a seguire. Credo che ci troviamo in un’epoca dove l’arma più forte dei gruppi jihadisti, non soltanto dell’Isis, sia quella della propaganda e vediamo sempre di più come la radicalizzazione, che è il vero problema, colpisca addirittura i ragazzi quasi adolescenti di 13, 14, 15 anni, che vengono presi dalla propaganda jihadista e si radicalizzano molto facilmente, in particolare in quella fascia di età in cui si mettono in discussione i genitori e l’ambiente che li circonda. I gruppi jihadisti danno loro la possibilità di esprimere una propria personalità, lo fanno ovviamente in maniera malata, folle. Noi abbiamo bisogno di contrapporre a questo tipo di propaganda, una più efficace che faccia loro capire quanto sbagliano; non dargli la legna per il loro caminetto. Io credo che, non tanto in Palestina dove la classe politica tra realtà corrotte e realtà eliminate esprime dal poco al nulla, ma quanto in Europa e nel resto del mondo ci saranno tanti attentati, tanta gente che deciderà di morire per al-Quds, magari non nei prossimi sei mesi, ma nei prossimi 2, 3, 5, 7, 8 anni. Noi invece di dimostrarci soggetti terzi, dimostrare l’autorevolezza dell’occidente, ci schieriamo, così senza se e senza ma, come se non ci fosse un domani, senza pensare alle conseguenze, con la leggiadria delle classi politiche occidentali che riassumono tutto il loro pensiero in un tweet. E non vale solo per Trump questo discorso. Noi dobbiamo avere il coraggio di dire che di fronte a realtà jihadiste che hanno purtroppo una strategia di lungo termine, in Occidente si brinda come se si fosse a capodanno, se un governo dura più di sei mesi. Queste cose dobbiamo avere il coraggio di dirle. Mi creda non ne troverà tanti che glie le dirà come glie le sto dicendo io. Bisogna avere il coraggio di dire che le classi politiche occidentali, negli ultimi 25 anni sono diventate imbarazzanti. Bisogna avere il coraggio di dire che noi facciamo operazioni militari perché non abbiamo la più pallida idea di trovare soluzioni politiche. Dobbiamo avere il coraggio di dire che le bombe intelligenti non risolvono i problemi. Dobbiamo avere il coraggio di dire che i social trainano molte delle scelte politiche e dobbiamo anche avere il coraggio di dire che le idee che troviamo sui social sono spesso spazzatura, perchè danno a chiunque la possibilità di sparare e provare di esistere e non è così, perché ognuno deve parlare di cose, sulle quali ha competenza. Se lei mi chiedesse di parlarle di astronomia, le troverei un astronomo. Bisogna ad un certo punto fermarsi nella vita e far funzionare il cervello e non soltanto lo stomaco. Bisogna avere il coraggio di dire che le classi politiche non possono essere guidate soltanto dal consenso che vogliono ottenere, ma devono anche pensare al bene comune, che non è necessariamente il consenso. Bisogna dire che nei momenti topici, e glie ne cito solamente uno, la folla, il popolo sovrano che decide, scelse Barabba”.

– Qui entra in gioco il grande enigma della democrazia…
“Io sono un sostenitore di Winston Churchill, che diceva che la democrazia è un sistema altamente imperfetto, ma il migliore che abbiamo. E quando qualcuno mi parla di Putin come grande statista e che ci vorrebbe in Italia qualcuno come il presidente russo, io rispondo che gli oppositori di Putin vengono a mancare all’affetto dei loro cari. Io non mi voglio trovare in un Paese dove non sono libero di esprimere la mia opinione. Quindi la soluzione non è un uomo forte, ma classi politiche responsabili, che non si fanno influenzare dai like”.

– Parlando di Putin lei mi ha anticipato un altro punto essenziale per il 2018. La Russia si avvicina infatti alle elezioni. Visto il recente caso Navalny, ci sarà spazio per un’opposizione o siamo di fronte ad un regime?
“Assolutamente no, no, non c’è spazio per l’opposizione! L’opposizione non nasce così, è un fiore che si coltiva, una pianta che cresce lentamente, un fiore che deve essere annaffiato tutti i giorni. Lei mi dica se vede questo in Russia…”.

– Assolutamente no…
“E quindi come vede… natura morta! Citando i fiori… natura morta!”.

– Spostiamoci, in un altro Paese, la Libia, sempre sotto i riflettori nel corso di questo 2017 durante il quale abbiamo assistito all’incontro tra il presidente del Governo di Accordo Nazionale, Fayez al-Serraj ed il generale del Libyan National Army, Khalifa Haftar, a Parigi. Sembrerebbe (usiamo il condizionale) che dopo anni di politiche nazionali frammentarie e di interventi esterni non coordinati si stia andando verso le elezioni, seguendo il programma delle Nazioni Unite. Il 2018 sarà finalmente l’anno della stabilità e della riconciliazione?
“Le faccio un’obiezione alla domanda: non è vero che gli interventi stranieri internazionali non erano coordinati, non erano volutamente coordinati. Ci sono una serie di Nazioni che hanno messo davanti il proprio interesse nazionale al desiderio di una Libia più stabile, che avrebbe voluto dire che le risorse libiche non vanno tutte da una parte, ma devi accontentarti di una fetta più piccola e quindi qualcuno ha barato. La Libia è un paese di interesse strategico per l’Italia, che sperando di avere un Governo che abbia una stabilità, deve giocare un ruolo più attivo, ma l’Italia lo ha fatto fino ad ora in maniera molto seria, seguendo i canoni dei rapporti internazionali che ha sempre avuto. Non posso dire la stessa cosa di altre nazioni europee. Credo che abbia fatto molto bene il nostro paese ad interfacciarsi come partner principale con il governo di Tripoli, ma contestualmente tenendo un dialogo aperto con Haftar. La Libia è un paese ad architettura aperta e quindi, prima di tutto occorre che i libici dialoghino prima tra di loro: non è una questione di tifoseria. La speranza è che la strada iniziata possa lentamente proseguire. Tantissimo dipenderà dal grado di influenza esterna che verrà esercitata da una serie di Paesi che hanno interessi in Libia”.

– Corea del Nord: le minacce di Kim Jong-un e i tweet di Donald Trump. Sarà guerra nel 2018?
“Qui ci sono una serie di problemi, il primo è che il livello di dialogo tra Kim Jong-un e il presidente Trump è diventato imbarazzante, di uno squallore da bar dello sport. Per essere chiari: in diplomazia, nessuno dice niente se bombardi, ma non puoi trattare un avversario prendendolo a parolacce. Un presidente di una nazione può sbarcare a Omaha Beach, cercando il soldato Ryan, ma non può scendere a livelli da bar. Il problema della Corea del Nord è che l’intervento militare farebbe immediatamente crollare il sistema nord coreano, ma la Corea del Sud non vuole annettere la Corea del Nord; i cinesi non vogliono i coreani del nord e gli americani al confine col fiume Yalu; i giapponesi non vogliono una Corea unita che diventerebbe ricchissima e di conseguenza in competizione col Giappone. L’immensa, straordinaria forza di Kim Jong-un è l’assoluta fragilità di politiche e strategie comuni. Abbiamo già visto troppe volte che in dieci giorni vinciamo la guerra e per 20 anni rimaniamo lì, perché non sappiamo come vincere la pace. Quello che è certo è che Kim Jong-un vuole l’arma atomica e la vuole per due ragioni: la prima generale, vuole che la comunità internazionale riconosca la Corea del Nord come una superpotenza regionale. Questo non lo si può fare e non lo può permettere il mondo, perché lui vuole ottenerlo puntando una pistola alla tempia della comunità internazionale. Se passa questo concetto, qualsiasi altro dittatore in ogni angolo del globo sarebbe spinto a comportarsi alla stessa maniera e salterebbe tutto, salterebbe il banco. Dall’altra parte Kim Jong-un sa perfettamente che tutti i dittatori negli ultimi anni sono crollati perché non avevano la capacità di colpire chi li voleva abbattere. Bisogna essere chiari: se Muammar Gheddafi avesse avuto un missile in grado di colpire Londra, Parigi, New York o Roma, oggi sarebbe ancora lì. Kim vuole l’arma nucleare per assicurarsi, diciamo così, una vecchiaia serena”.

– Passiamo ad un altro potenziale pericolo, l’Iran: nemico giurato d’Israele, chiodo fisso di Donald Trump, che ha minacciato diverse volte di far saltare l’accordo sul nucleare. Ora sembra addirittura esserci una strategia condivisa tra Usa ed Israele per combatterlo. In questo quadro l’Arabia Saudita gioca un ruolo centrale nella regione. Quanto è reale la probabilità di uno scontro?
“Molto probabile. Qui ci sono due guerre, partiamo dalla prima. Con la fine della Guerra fredda, Israele e l’Arabia Saudita che erano i baluardi degli interessi americani e dell’occidente nell’area, hanno perso importanza strategica. Adesso sono tutti amici nostri: la Libia, l’Egitto, la Giordania, il Libano, la Tunisia, non ci sono più stati amici della Russia, se non al-Assad, che però governa su una fascia del Paese. Il che vuol dire che Israele è strategicamente assai meno rilevante di prima, ma è ancor meno rilevante l’Arabia Saudita, per la semplice ragione che gli americani sono molto meno dipendenti degli europei dal petrolio. Il problema è che l’Iran, che non è un monolite – ci sono almeno due Iran, mi riferisco a quello dei moderati – è la migliore opportunità per gli occidentali degli ultimi 25 anni. È una straordinaria opportunità economica, politica. Lo dico per via dei diversi incontri che ho avuto in Iran. I moderati iraniani vogliono fortemente un riavvicinamento con l’occidente, ma non c’è spazio per due superpotenze nell’area. Di conseguenza, se sale l’Iran scendono l’Arabia Saudita ed Israele. È naturale che quest’ultimo, che ha una forza politica completamente diversa dalla forza numerica, che lo rende in grado di fare azioni di lobby molto forti, lo abbiamo visto con la mossa di Trump di muovere l’ambasciata a Gerusalemme. Questo va a spingere gli americani a prendere decisioni totalmente differenti da quelle che la logica vorrebbe. Per darci un’idea di quanto sia folle la politica israeliana e quella americana, in grado di andare contro il trattato sul nucleare, basti pensare che Trump ha ammesso pubblicamente di volerlo stralciare, nonostante gli iraniani lo stiano rispettando. Lo dice lui, non gli iraniani. Mi spiega per quale ragione Kim Jong-un dovrebbe fare un accordo con gli americani se poi sono loro a non rispettarlo? È come se lei mi dicesse giochiamo a tombola, faccio cinquina e i soldi poi non me li dà! È ovvio che di fronte alla debolezza delle classi politiche arabe, l’Iran stia giocando la sua partita. Noi dovremmo aiutare i moderati iraniani a limitare il più possibile i pasdaran, perché il popolo iraniano si è espresso in maniera fortissima su questo, due volte di seguito, nonostante le pressioni sicuramente fortissime da parte dei pasdaran. Noi abbiamo avuto l’11 settembre, al-Shabab, al-Qaeda, l’Isis, al-Qaeda nel Maghreb Islamico, il Boko haram, Jabhat al-Nusra, Abu Sayyaf, i talebani e posso andare avanti per un po’, che sono tutti gruppi sunniti! C’è il desiderio cieco di Israele di rimanere la superpotenza prediletta degli americani nell’area, perchè gli israeliani sanno perfettamente che se gli Usa si interfacciano con l’Iran, diventerebbero una Nazione meno rilevante sullo scacchiere internazionale. Lo stesso vale per i sauditi, basti vedere il livello di scolarizzazione che hanno in Iran e quello che hanno in Arabia Saudita. Si vuole sempre tenere all’angolo l’Iran, favorendo i pasdaran che sono il vero nemico, solamente per questa paura di Israele”.

– In questo quadro non dobbiamo dimenticarci del Qatar, isolato da tutti i Paesi del Golfo durante quest’anno, cosa dobbiamo aspettarci?
“Ecco, perché il Qatar è isolato? Perché è uno dei paesi che dialoga con l’Iran. Quindi di cosa dobbiamo parlare? La posizione politica e strategica del Qatar è tale che anche gli americani se ne sono resi conto, tant’è vero che non hanno spostato le basi militari. Il problema è la bussola saudita-israeliana che ha perso la direzione. Questo è vero il dramma. Hanno paura di non essere più i favoriti a corte”.

– Il 2017, come già lei anticipava è stato l’anno della sconfitta territoriale di Daesh che tuttavia non è morto. Quali sono i rischi maggiori per l’avvenire?
“La radicalizzazione dei giovani occidentali. Noi abbiamo distrutto Daesh dal punto di vista territoriale in Iraq, ma non abbiamo neanche minimante toccato i motivi per cui è nato. Abbiamo continuato a non guardare l’aspetto politico. Spostare l’ambasciata americana ad al-Quds – la chiamo al-Quds perché i radicali islamici la vedono così – li ha fatti molto arrabbiare. Questi continueranno ad avere una grandissima propaganda, da noi alimentata”.

– Come vede i Fratelli Musulmani? Siamo sicuri che stiamo combattendo Daesh, ma non esista un pericolo maggiore anche se i nostri governi lo interpretano come un movimento più moderato?
“Questo è il vero problema delle ipocrisie delle democrazie occidentali. Noi siamo sostenitori di tutte le democrazie, poi in Egitto arrivano al potere i Fratelli Musulmani, si comportano come a noi non piace, lo dico con chiarezza all’interno di quelli che sono i nostri interessi strategici ed arriva un dittatore, che si basa sullo strumento repressivo e non di certo sul common law o sul diritto romano, a tal punto che quando muore un ragazzo italiano, noi ci poniamo per garbo il problema di sapere perché è stato catturato, torturato, massacrato e ucciso e non ci rispondono. Le dico una cosa, erano passate ore dalla diffusione della notizia della morte di Giulio Regeni, ero ospite a Porta a Porta su Rai 1, a fianco a me c’era il mio amico Pier Casini ed io in diretta dissi che la verità su Regeni non la sapremo mai, mai. Il governo italiano dovrebbe far pressione sul governo egiziano affinché la famiglia venga inondata di dollari, ma sono soldi non è la verità che giustamente pretendono i genitori. Quella non l’avranno mai. La mia posizione è la stessa di quella sera e non cambierà… e non lo dico con cinismo, le sto parlando con affetto nei confronti della famiglia”.

– La storia di Giulio Regeni, ci tocca particolarmente. Passiamo oltre e veniamo alla Turchia. Sarà Recep Tayyip Erdogan la nuova guida del mondo arabo in Medio Oriente?
“No perché lui non è arabo, la Turchia vuole tornare ad avere un ruolo guida come aveva durante l’Impero Ottomano, dove però teneva sotto schiaffo gli arabi. Erdogan è visto come una realtà molto autorevole, molto rispettata, ma l’epoca dell’Impero Ottomano è terminata”.

– Durante il 2017, l’Europa ha perso un pezzo: la Gran Bretagna. Quali saranno gli effetti della Brexit nel 2018? Ma soprattutto come vede l’Europa in futuro?
“La Gran Bretagna esce dall’Unione Europea, ma l’isola non si sposta, è un Paese europeo e tale rimane. È anche vero che l’Unione Europea così com’è non va da nessuna parte; non è capita e soprattutto non è spiegata ai cittadini. Una di queste ragioni è l’aumento dei movimenti populisti che dicono usciamo dall’Unione Europea. Per tutti coloro che vogliono l’uscita dall’Unione, o dall’Euro, rispose già adeguatamente diversi anni fa un politico italiano con la legge Basaglia, quella sui manicomi! È una questione di sopravvivenza, non possiamo tornare al fiorino o al conio personale. Dobbiamo puntare su di un’Unione Europea sempre più forte, altrimenti verremo cancellati da Cina, Russia e Stati Uniti. O ci rendiamo conto di dover cedere un po’ di sovranità nazionale per un’Europa più competitiva o verremo spazzati via. O scegliamo di sopravvivere, o di essere annientati”.

– Una battuta sulla Catalogna?
“Non voglio entrare nel merito della vicenda della Catalogna, che in una qualche maniera è figlia di un disagio verso i poteri centrali che non è solamente una questione spagnola. C’è un film molto carino che si chiama Ronin con Robert De Niro; in questo film lui ha un appuntamento al bar, prima di entrare il protagonista nasconde una pistola nel retro, perché si deve incontrare con gli altri. All’uscita, la recupera e voltandosi verso gli altri dice ‘io non entro mai in un posto se non so come uscirne’. Le dico questo perché se vuol suonare la grancassa deve anche preoccuparsi di avere la banda, altrimenti resta da sola…”.

*Pubblicato in esclusiva su NotizieGeopolitiche