5 Modi di vedere le proteste in Iran: Ahmed Gaddaf al-Dam, Tiziana Ciavardini, Edward Luttwak, Ehsan Soltani ed Ali Vaez

Dopo le proteste innescatesi sei giorni fa in Iran, alle quali il regime teocratico ha risposto con arresti e repressione, sono scesi nelle strade il gran numero di sostenitori del governo. Lunedì il presidente iraniano, Hassan Rohani, si è astenuto dall’accettare la responsabilità dei problemi sollevati dai manifestanti e ha incolpato delle carenze del proprio governo il suo predecessore e anche l’avversario di lunga data dell’Iran, gli Stati Uniti. Rohani, visto come un pragmatico in contrasto con gli intransigenti, ha dichiarato nei giorni scorsi che “le persone per le strade non chiedono pane e acqua, ma più libertà”, sottintendendo che i manifestanti non stavano prendendo di mira la sua amministrazione, ma le istituzioni più rigide. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sostenuto i manifestanti in un tweet: “Il grande popolo iraniano è stato represso per molti anni, ha fame di cibo e libertà; insieme ai diritti umani, viene saccheggiata la ricchezza dell’Iran!”. Ieri la Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha detto di essere preoccupata per le notizie di persone che muoiono e di edifici pubblici danneggiati nella Repubblica Islamica. “Riteniamo sia necessario evitare la violenza e non soccombere alle provocazioni”, ha fatto sapere in una nota il ministero degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, aggiungendo di sperare che l’intervento straniero venga evitato; mentre quello russo, Sergei Lavrov, ha parlato di “interferenze esterne” che stanno destabilizzando la situazione, definendola “inaccettabile”. Per cercare di fare un po’ di chiarezza, abbiamo ritenuto opportuno sentire l’opinione di più persone che si occupano di Iran o che hanno avuto esperienza in quel paese, o che hanno vissuto direttamente in altre proteste in Medio Oriente.

Ali Vaez, direttore del progetto sull’Iran per l’International Crisis Group ci ha spiegato che “La rivoluzione che l’ayatollah Khomeini aveva detto non riguardasse il prezzo dei cocomeri, ora è nei guai a causa del prezzo delle uova! Ci sono molte più domande che risposte sulle proteste. E’ un inverno di malcontento in Iran, con disastri naturali ed inquinamento, che esacerbano la difficile situazione di una popolazione che si è stufata della stagnazione politica ed economica. Il loro innesco sembra essere uno scontento diffuso, aggravato dai recenti aumenti dei prezzi e dal taglio delle sovvenzioni rispetto alla performance economica del paese, che nonostante un certo numero di accordi di selezione e il recupero delle vendite di petrolio, il JCPOA (accordo sul nucleare, ndr.), non è riuscito a rimediare significativamente alle questioni di disoccupazione, corruzione e disparità di reddito. Ma la faziosità dell’élite, aggravata dalla copertura per quanto riguarda la successione del leader supremo, avrebbe potuto svolgere un ruolo”.

                                                                                                                                                         Il politologo Edward Luttwak, dagli Stati Uniti, sostiene che “non è possibile prevedere come vanno queste proteste, perché in Iran il regime ha un importante strumento di repressione, a parte la polizia che non è particolarmente efficace, determinata o fedele, ha questa milizia di coloro che non hanno fatto il liceo. Hanno una milizia fatta di giovanotti permanentemente arrabbiati, in quanto socialmente e culturalmente al fondo della società, che invece di essere strumento di disordine pubblico, si arruolano. Sono pagati in piccole somme, ma per loro quello che ricevono è molto importante. La gente che protesta invece è quella che ha fatto il liceo, perfino l’università. Il Basij è uno strumento che non ha bisogno di grosse giustificazioni, basta che abbiano il permesso di attaccare che loro attaccano. Da un lato c’è gente più educata, più decente, che hanno anche vestiti che non vogliono stralciare, dall’altra parte i miliziani del Basij sono straccioni, questo è molto efficace. Quello che il regime non può fare è di cambiare i numeri”. Luttwak ci spiega che “L’Iran si è strutturato come un grande impero: oggi è attivo in Yemen, in Siria, stanno sostenendo gli Hezbollah che è una milizia costosa, perché i miliziani Hezbollah sono pagati due volte di più di quanto Israele paga i beduini che lavorano per l’esercito; poi hanno tutta la struttura industriale militare, i missili balistici, ad esempio non li fabbricano, ma li importano dalla Corea del Nord; poi hanno la massa impiegatizia dei clerici ed anche loro sono molto costosi. Tutto questo non può essere finanziato da un’economia basata sul petrolio, quando non lo ha: l’Iran dovrebbe avere o un decimo della popolazione o dieci volte più petrolio. Quando la Mogherini e company si stavano struggendo di piacere sensuale, si vedevano proprio le loro facce estasiate, quando hanno fatto l’incontro sul nucleare: allora si diffuse la voce che gli iraniani avrebbero comprato 250 aeroplani Airbus. Come sa, stanno cercando di comprarne 30, non riescono perché contengono troppi componenti americani che non danno la licenza. Quando stavano inneggiando l’accordo sul nucleare e tutte le delegazioni europee si stavano recando in Iran per l’abbondanza ed il boom economico, non sapevano fare l’aritmetica?”.

Anche Tiziana Ciavardini, antropologa culturale e giornalista italiana, che ha prestato la sua penna per Repubblica e di cui abbiamo letto sul Fatto Quotidiano, ci ha detto che “Le proteste hanno colto di sorpresa tutti, sia noi in occidente, sia le autorità iraniane, sia la stessa popolazione iraniana. Proteste che nascono per il carovita, tant’è che non sono nate come quelle del 2009 per il discorso della libertà; quello che sta venendo fuori adesso è che queste ribellioni sono per un ‘regime-change’, quando sono nate invece nelle città di Mashad e poi a Qom, sei giorni fa, i primi manifestati protestavano per il caro vita e non volevano assolutamente ribaltare il regime iraniano. C’erano degli slogan in cui si invocava il ritorno dello scià Reza Ciro Pahlavi in patria, ma nessuno aveva parlato di cambiare il regime. Adesso queste proteste sono state strumentalizzate anche dall’occidente e vedo che sia gli Stati Uniti, che molte associazioni di esuli che sono al di fuori dell’Iran stanno cercando di mettere le mani proprio su queste proteste. La giusta causa dell’Iran, io la conosco benissimo, è una popolazione ogni giorno sotto restrizione: non c’è libertà di parola, le donne vivono in una condizione di ‘subalternità’ nei confronti dell’uomo, tant’è che in politica ne troviamo pochissime, ma nello stesso tempo si sono fatte largo all’interno di questa società maschilista iraniana attraverso l’istruzione come ad esempio l’università, cercando di avere dei ruoli chiave nel business o nell’insegnamento, o negli ospedali come medici. Ecco, nelle proteste di questi giorni nessuno riesce a capire cosa stia succedendo. Sono molto confuse. A me hanno raccontato che c’erano addirittura manifestanti che litigavano con manifestanti. Queste proteste sono troppo strane, come ho scritto nel mio articolo per il Fatto Quotidiano, è una protesta senza capi”.

                                                                                                                                                        Eshan Soltani, giornalista iraniano, contributor anche per NotizieGeopolitiche, ci ha confermato l’eterogenea natura delle ragioni delle proteste: “a Mashad i manifestanti hanno protestato solamente per le questioni economiche, il giorno dopo hanno iniziato a manifestare per il cambiamento del sistema islamico, non parlavano più di Rohani, ma del rovesciamento del sistema, di politica estera, non di politica interna. Su questo ci sono diverse analisi: alcuni credono che i conservatori abbiano voluto fare pressioni sul presidente per il discorso del budget del prossimo anno. Rohani ha previsto una riduzione della spesa militare e per alcune organizzazioni religiose. Il giorno dopo, a Kermanshah ed altre 4-5 città, altri manifestanti sono scesi in strada contro queste proteste. Sono state arrestate circa 500 persone e ne sono morte almeno 15, è importante vedere l’età: la maggior parte dei protestatori sono nati negli anni ’90, al massimo hanno 26 o 27 anni e sono stati uccisi almeno 10 studenti. Dal 1990 noi abbiamo avuto almeno 4 manifestazioni enormi in Iran, tra cui quelle nel 2001 della protesta a Teheran organizzata dagli studenti delle università con l’appoggio dei riformisti che hanno un peso enorme nel Paese; nel 2009 con il Movimento verde, ma i manifestanti di oggi non hanno alcun appoggio politico. Negli anni ’90 sono nati circa 10 milioni di bambini, che hanno adesso dai 17 ai 28 anni, cresciuti in un sistema molto chiuso, senza libertà sociale, con ragazze a cui è stato imposto il velo, obbligate a non bere alcool, che hanno conosciuto un mondo diverso negli ultimi 10 anni sui social network. Loro sanno che non vogliono questo regime, ma non sanno cosa vogliono. Non lo sanno perché non sono attivisti politici, perché non hanno un leader”.

Secondo Luttwak “queste agitazioni sono cominciate in oscure cittadine provinciali, non in Teheran, ma nei paesotti. L’idea che agitazioni di questo tipo quando la gente ha fame che non fa nulla fino a quando non arrivi un governo straniero che li sproni è sempre fantasia, ma in questo caso lo è ancora di più. Le rivolte sono scoppiate in remote cittadine, che si fatica a trovare sulla mappa, dove la gente ha fame. Sono scoppiate nella stagione della fame, in Iran, dove si aspetta il prossimo raccolto. L’idea dell’interferenza straniera è sempre sospetta quando un regime dice ‘sono gli stranieri che lo fanno’, è quasi sempre una balla, in questo caso è una mega balla: migliaia di cittadini sono in strada, non c’è nessuna sovvenzione esterna. Questo fa ridere”.

Di tutt’altro avviso Tiziana Ciavardini: “Io sono sicurissima che ci sia lo zampino, o una fomentazione, da parte dell’esterno. Da parte di chi noi non lo sappiamo. All’inizio si parlava che le prime proteste erano nate per il carovita, per la chiusura delle banche, per il fatto che molti non hanno ricevuto da mesi la pensione, quindi sicuramente c’è un problema economico all’interno del Paese, addirittura veniva detto che erano nate grazie al alcuni personaggi che seguivano gli ultra-conservatori, per mettere a rischio la figura di Hassan Rohani, per chiedere le dimissioni da parte del presidente per non essere riuscito a risolvere la questione iraniana. Le proteste poi sono proseguite anche in altre città e in ognuna di esse i protestatori chiedono qualcosa di diverso: qualcuno chiede protezione dei diritti umani, qualcun altro chiede lavoro perché la disoccupazione è al 40% in Iran, altri chiedono la libertà del velo. Ad esempio, c’è stata la strumentalizzazione di questa ragazza col velo bianco, il simbolo di queste proteste, che in realtà lei non c’entra proprio niente. La protesta, questa ragazza col velo l’avrebbe comunque fatta ogni mercoledì, perché dalla campagna nata da Masih Alinejad, una ragazza esule iraniana che si trova negli Stati Uniti, prima era a Londra e che io intervistai per Repubblica tre o quattro anni fa, chiedeva alle iraniane di togliersi il velo e di postarle sui vari social, aveva dato vita al White Wednesday, ossia il mercoledì bianco; in modo che tutte le ragazze che volevano protestare contro il velo obbligatorio utilizzassero quello bianco in testa. Questa fotografia che sta circolando è stata scattata un mercoledì, non si sa quale, e non ha nulla a che vedere con le proteste di questi giorni. C’è una strumentalizzazione da parte dei media occidentali su quello che sta capitando. C’è una disinformazione, una manipolazione delle notizie. Che in Iran il popolo abbia diritto di manifestare e di chiedere la libertà, io, come Tiziana Ciavardini che ha vissuto per 13 anni in Iran, le dico che è legittimo, sacrosanto ed è giusto; però se lei mi chiede chi c’è dietro queste proteste e se vengono davvero dalla parte più povera della popolazione, io qualche dubbio ce l’ho, perché sono troppo strane. Non dobbiamo limitarci a leggere le notizie, ma dobbiamo guardare anche i social, che sono molto più liberi ed aperti anche in Iran. I social ci raccontano quello che sta accadendo ed è molto strano che Teheran non abbia partecipato. Un’altra cosa da ricordare è che oggi sono scesi in strada, quelli che sono a favore del governo e sono tantissimi che stanno facendo una contro-protesta”.

Ehsan Soltani ci ha ricordato che “il sistema iraniano ha due opposizioni: quella esterna di Stati Uniti ed Israele, una interna dei cittadini iraniani, sia quelli radicali che chiedono il cambiamento del sistema politico e quelli che vogliono la riforma. Al tempo di Ahmadineijad ci sono stati migliaia di arresti anche di giornalisti ed attivisti; quanto si voleva costruire una diga o un’autostrada, erano i pasdaran a costruire; con Rohani invece abbiamo assistito al dialogo con l’occidente ed oggi a costruire sono gli italiani, i tedeschi, gli europei ed è per questo che l’Europa non sta prendendo una posizione forte contro il presidente, ed è anche per questo che i manifestanti non trovano un appoggio interno, anzi queste proteste hanno aumentato il radicalismo in Iran, il sistema militare dice ‘vedete volete ridurre il nostro budget? C’è chi aspetta questo per sovvertire tutto il regime. Queste proteste sono state utili per i radicali e per i Paesi che, a differenza dell’Europa che ha investimenti per milioni di dollari, non hanno nessun interesse in Iran, come l’America, alcuni Paesi arabi ed Israele”. In questo quadro, per il collega l’ingerenza esterna è certa: “Ci sono canali Telegram e siti che stanno dando indicazioni ai manifestanti, ci sono Paesi arabi che in internet guidano la rivolta, come l’Arabia Saudita. In Turchia ci sono due parti: alcuni giornalisti che parlavano dell’intelligence turca che gestiva siti radicali; ci sono alcuni partiti politici in Turchia che hanno interessi ad una debolezza del governo iraniano, come i curdi”. Alla nostra domanda se vede delle similitudini con altre primavere arabe in Medio Oriente, Esahan Soltani ci ha detto: “Assolutamente no, per il fatto che l’Iran è molto diverso dalla Siria, dalla Libia e dagli altri Paesi arabi, a partire dalla lingua. Nel caso della Siria, 6mila terroristi sono arrivati dall’Iraq; in Libia nel 2011 arrivarono tantissimi tunisini. Questo in Iran non è possibile, perché i vicini non riescono a parlare il persiano. La loro lingua, la loro cultura è molto diversa”.

Eppure le immagini di questi giorni, verosimilmente provenienti dall’Iran, a più di una persona ha fatto rimbalzare alla memora quelle delle primavere arabe del 2011, specialmente l’inizio dei disordini nell’ex colonia italica. Per questo abbiamo raggiunto il cugino generale del compianto rais, una delle figure forti per 50 anni a fianco di Gheddafi: Ahmed Gaddaf al-Dam. Il quale ci ha detto che “Sicuramente sappiamo da tempo che ciò che sta accadendo nella nostra regione e ciò che è chiamato primavera è un piano per colpire la linea verde che è l’Islam, dopo la distruzione della linea rossa che è il comunismo. L’Iran è un paese islamico che cerca di trovare un posto come potere regionale. Sfortunatamente abituato a partecipare alla Primavera Araba ed era pronto nel suo ambiente islamico, e raggiungendo la portata dello scontro a tutti i livelli: è attivo nel conflitto nello Yemen, Siria, Iraq e Libano. Ha disperso ed indebolito le sue forze, in preparazione allo sciopero improvviso”. Il maggior esponente dell’ex regime libico, esule in Egitto, ci ha spiegato che “l’intervento straniero non è nascosto da nessuno, attraverso sanzioni e incitamenti e forse la posizione degli Stati Uniti e degli israeliani è ostentatamente pro. Sfortunatamente, la grande esplosione se il regime cadesse, che è lo slogan portato avanti dalla primavera come se siamo noi a far cadere il sistema nel caos, senza tener conto delle sue conseguenze: perché il mondo islamico è seduto sull’olio Bab al-Mandeb, Gibilterra e il Mar Mediterraneo. Tutti questi disordini si ripercuoteranno sulla pace e sulla sicurezza internazionali e li avvertiremo per la decima volta. Introduzioni, cecchini, slogan, gioco di etnie, campagne mediatiche e guerra psicologica sono le similitudini che vedo con quanto accaduto in Libia nel 2011; tutto ciò ricorda a tutti noi che abbiamo sentito parlare di sogni e rose per cambiare questi metodi e versare lacrime di coccodrillo sui diritti umani. Confermo che gli Stati del Golfo saranno assediati da più caos e non saranno al sicuro… la Turchia poi sarà il prossimo obiettivo”.

                                                                                                                                                       Per quanto riguarda le dichiarazioni del ministro degli esteri turco, Luttwak crede che “la Turchia è sempre pronta a deplorare le sofferenze altrui, spero che avrà un buon impatto per i 50mila turchi che sono in prigione per una folle accusa di congiura. I turchi lasciamo stare, mentre i russi dicono che è colpa degli americani perché lo dicono anche quando piove a casa loro. Tutto questo non è serio, quello che è serio è che i numeri non funzionano, non contano in Iran, dove anche se la gente la si mette in silenzio, comunque la baracca si sgretola perché non hanno i soldi. Quando il petrolio era a 100 dollari al barile poteva funzionare, ma ora non è più possibile, perché il momento che va su, la produzione americana inizia e dopo 90 giorni sarà a 30 dollari. Quindi tenerlo a 50 dollari è importante, e quello che Opec sta facendo, con importanti sacrifici, è ideale. I sauditi perdono 2mila barili al giorno di produzione. Quindi 50 è sostenibile, ma il sistema non funziona per l’Iran. Gli iraniani potrebbero esportare 3milioni o 3milioni e mezzo se tagliassero il consumo interno, ma non possono perché non hanno ferrovie. Loro hanno molto carbone, ma non lo usano. Non importa se queste ribellioni si espandono o vengono soppresse dall’eccellente sistema iraniano, ma la loro vettura imperiale si sta sgretolando”. Ha poi aggiunto che “Se loro chiamassero un consulente gestionale, l’impero potrebbe sopravvivere se riducessero la spesa imperiale, licenziando metà dei dipendenti delle fondazioni e tagliando i loro salari. Dovrebbero accettare la realtà, non proporsi come una super potenza regionale, ma accettare il fatto di poter fare ben poco. È un Paese povero. Il regime può continuare se smettono di finanziare Hezbollah, Hamas e riducendo la massa impiegatizia di clerici. La folla inferocita ha attaccato un seminario dove stanno studiando questi preti. I seminari sono visti in Iran come business school. Hanno buttato fuori i mobili, pestato chi resisteva, perché il regime clericale ha generato l’odio per i preti. I parassiti pasdaran sono armati, mentre i parassiti clericali no e questi li stanno attaccando. I clerici sono costretti ad andare in giro in borghese, senza questa specie di talare, perché non vogliono essere picchiati e insultati. Il popolo capisce chi è che sta mangiando il suo pane”.

L’esperto iraniano Ali Vaez sostiene che “data la sua mancanza di leadership, organizzazione e missione, è probabile che la protesta diminuisca o venga repressa. Il governo finora ha sperato nel primo, ma più a lungo le proteste continuano, quest’ultimo diventa più probabile. La leadership potrebbe sopprimere queste proteste, come ha fatto ripetutamente negli ultimi quarant’anni, ma non può eliminare la perenne domanda di cambiamento. Rohani ha troppo promesso e consegnato poco. Ma è stato rieletto solo sei mesi fa e la gente capisce che ci sono veri e propri limiti al suo potere. L’amministrazione Rohani ha due opzioni: può seguire l’esempio dei suoi predecessori-Ali Akbar Hashemi Rafsanjani dopo le proteste dei primi anni ’90 e Mohammad Khatami dopo la rivolta studentesca del 1999 – e optare per un programma ancora più ristretto, o sfruttare il malcontento pubblico per spingere l’establishment verso un cambiamento più strutturale, anche attraverso la riforma costituzionale. Questa scelta determinerà in definitiva il destino della Repubblica Islamica. Sul fronte regionale, sembra esserci una diffusa frustrazione per l’aspetto materiale del sostegno dell’Iran ai suoi alleati regionali, che aumenterà il costo politico delle politiche regionali iraniane a casa. Ma è improbabile che Teheran cambi la sua posizione regionale, che la sua leadership considera critica per la sua sicurezza nazionale, per placare i manifestanti”.

Per la collega Ciavardini, “se queste proteste non riusciranno ad avere il risultato sperato, ossia questo cambiamento di regime, questo s’incattiverà ancora di più nei loro confronti; hanno già detto che ci saranno pene di morte contro coloro che hanno fatto questo attentato nei confronti dello Stato”. “In questi momenti – prosegue la Ciavardini – bisogna stare maggiormente attenti alle fake-news: stanno facendo passare video del 2009 o video di persone uccise in altri posti. Quello che la stampa ci mostra, sia in Italia, sia in Occidente, per fare la propaganda, dobbiamo filtrare la verità e controllare che la fonte sia ufficiale o no. Chi segue l’Iran sa che ci sono tantissimi oppositori del regime che in questo momento si sentono forti, ce ne sono tantissimi fuori dal Paese, aiutati da Israele, ci sono alcuni che si chiamano mujahidin del popolo o Mko che hanno la loro leader che si trova in Francia e che vorrebbero tornare in Iran e prendere il posto dell’attuale regime teocratico”.