Libia: ecco chi ha realmente ucciso Gheddafi

La Commissione Nazionale Libica per i Diritti Umani si è riunita lo scorso 23 agosto, rivelando dopo 6 anni qual’è il vero responsabile per l’uccisione dell’ex leader libico. Muhammar Gheddafi ha guidato la Libia per quarantadue anni fino alla sua deposizione nel 2011 da parte del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), senza ricoprire in realtà alcun incarico ufficiale, ma fregiandosi soltanto del titolo onorifico di Guida e Comandante della Rivoluzione della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista.

A febbraio del 2011, in Libia si innescò la miccia di quella cosiddetta ‘primavera araba’ sulla scia di quanto accaduto in Tunisia e in altri Paesi nordafricani. Era il 16 febbraio 2011 quando nella città di Bengasi un gruppo di manifestanti si radunò per mostrare la propria irritazione per l’arresto di un attivista dei diritti umani, dando vita a forti scontri con la polizia. Nel resto del Paese giovani libici scendevano in strada per mostrare il proprio sostegno al loro fratello leader Muammar Gheddafi.

Durante gli scontri a Bengasi si registrarono numerosi morti, durante gli accesi conflitti la polizia – stando al racconto dei presenti- diede inizio a delle vere e proprie esecuzioni. La città, da sempre ostile al rais e vicina alla cultura islamista, divenne velocemente il simbolo della rivolta libica avente per obiettivo la cacciata di Gheddafi. Il 20 febbraio le autorità contavano oltre 300 morti, la rivoluzione si sparse velocemente, anche per opera di alcune milizie che si rivolsero nell’Est del Paese, mietendo altre morti tra i manifestanti.

Nelle 24 ore successive i contestatori iniziarono a dare fuoco a molti edifici pubblici di Tripoli. Per arginare la sommossa il Governo decise di ricorrere a raid dell’aviazione su di loro. Quello che doveva essere un moto rivoluzionario popolare si trasformò velocemente in una vera e propria guerra civile. Il 21 febbraio cominciarono i tradimenti politici con la delegazione libica all’Onu che prese immediatamente le distanze dal leader libico, accusandolo di genocidio e di aver praticato crimini contro l’umanità.

Vedendo cadere Tripoli, Gheddafi si barricò a Sirte, cercando di guadagnare il deserto per continuare la lotta. Tuttavia fu individuato dai droni inviati dal Presidente degli Stati Uniti Obama e attaccato da parte di aerei militari francesi. Raggiunto da alcuni elementi del CNT, Gheddafi fu fatto prigioniero e ferito alle gambe, pestato e brutalizzato, fu ucciso con un colpo di pistola alle tempie. Gli ultimi momenti di vita furono ripresi da numerosi video, il suo cadavere fu poi trasportato a Misurata, esposto al pubblico e, quindi, sepolto in un luogo segreto nel deserto libico.

La sua eredità politica e la guida della verde Giamahiria sono state raccolte dal secondogenito del rais, Sayf al-Islam Gheddafi, che il 23 ottobre 2011, per mezzo della Tv siriana “al-Rāʾī“, l’opinione, ha dichiarato in un breve messaggio audio di voler vendicare la morte del padre e di continuare la resistenza contro il CNT, le forze della NATO e l’esercito francese sino alla fine. “Io vi dico -avverte Saif al Islam nell’audio –andate all’inferno, voi e la NATO dietro di voi. Questo è il nostro Paese, noi ci viviamo, ci moriamo e stiamo continuando a combattere“.

Ma chi fu il vero mandatario dell’assassinio?

Il CNT aprì all’epoca del messaggio del figlio preferito di Gheddafi una commissione d’inchiesta sulla morte dell’ex leader libico. La stessa Human Rights Watch aveva espresso contrariazione per l’uccisione del Rais, avvenuta senza giusto processo e con accuse insufficienti e con gravi mancanze probatorie. La Commissione Nazionale Libica per i Diritti Umani sostiene da sempre che il generale e suo figlio sono stati fatti prigionieri vivi, apportando nel corso degli anni diverse prove. Dopo sei anni l’enigma è stato svelato, il nome dell’ordinante dell’assassinio rivelato. Si tratta dell’ex emiro del Qatar, lo sceicco Hamad al Thani. Fu l’emiro del Qatar in persona a dare ordine di uccidere Gheddafi. Secondo la Commissione, è lo stesso Qatar a finanziare e supportare logisticamente gruppi terroristici attivi nell’ex colonia italica.

Il coinvolgimento del Qatar in Libia

Spesso la partecipazione del Qatar nella crisi libica appare nei commenti della stampa internazionale, in particolare i media occidentali hanno sempre sostenuto il coinvolgimento dell’emirato in molti disordini del Nord Africa e del Medio Oriente. Nel caso libico, durante la guerra civile, il Qatar aveva dispiegato la sua forza aerea contro i sostenitori e gli avamposti di Muammar Gheddafi. Ha anche fornito alle forze rivoluzionarie in Libia supporto armato e logistico. Al termine della rivoluzione ha concentrato il proprio impegno, sostenendo le forze islamiche operanti in Libia, facendosi beffo delle politiche di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, che cercano di arginare lo sviluppo di movimenti islamici che potrebbero mettere a rischio la legittimità dei loro regimi, montando regolari operazioni aeree contro gli obiettivi islamici in Libia.

L’8 giugno, il portavoce del Libyan National Army (LNA), colonnello Ahmad al-Mismari, ha presentato diverse prove audio, video e documenti che rivelerebbero un’ingente interferenza qatarina nei processi politici libici, tra cui una serie di omicidi e tentativi di omicidio. Tra le vittime designate anche l’uomo forte della cirenaica, Khalifa Haftar. LNA ha anche dimostrato il coinvolgimento del Qatar nel reclutamento e nello spostamento dei jihadisti libici in Siria, il supporto economico a gruppi estremisti e la formazione sulle tecniche di bombardamento tramite gli operai di Hamas della Brigata di Khan Yunis. Gran parte dell’attività jihadista era gestita da Muhammad Hamad al-Hajri, funzionario dell’ambasciata del Qatar in Libia e dal funzionario dell’intelligence, Salim Ali al-Jarboui.

Mismari ha dichiarato ai colleghi di “Libian Herald“, il 22 giugno scorso, di avere registrazioni di incontri segreti tra funzionari dell’Emirato e alcuni uomini del Sudan. Lo stesso presidente sudanese Omar al-Bashir ha confermato una cospirazione per sostenere il terrorismo in Libia, Egitto e Arabia Saudita, denunciando anche la realizzazione da parte di Iran e Qatar di fabbriche di armi nel Sudan con le quali venivano riforniti i militanti libici.

Il quotidiano arabo “Al-Arabiya il 29 giugno riportava la dichiarazione di al-Mismari che afferma che l’LNA sta combattendo non con i terroristi libici, ma con il terrorismo transnazionale sostenuto dalla triade dell’eversione in Libia: Qatar, Sudan e Turchia”. Il colonnello ha inoltre sostenuto che il dipartimento di Intelligence del LNA aveva ottenuto registrazioni di un corrispondente di “al-Jazeera” che coordinava i voli di elementi islamisti dal Qatar alla Libia. L’Egitto infine vede provenire dalla Libia la minaccia dei Fratelli Musulmani, autori di attentati terroristici nel Paese, anche loro presumibilmente finanziati da Doha.