I diritti delle donne in Arabia Saudita

La modella dai lunghi capelli oscuri lasciati liberi al vento è stata arrestata dalla polizia di Ushayqir e poi rilasciata. La sua colpa? Essere ripresa mentre camminava, in t-shirt e minigonna, come una qualsiasi ragazza occidentale, nel sito archeologico di Ushaiqir, nel governatorato di Shaqraa, poco più a nord di Ryad. Secondo la Sharia, fonte primaria del diritto saudita, la donna dovrebbe essere ‘coperta’ dalla testa ai piedi. La sfortuna di Kholud, questo il nome della donna, è stata quella di postare il video su Snapchat, social dedicato alla condivisione di foto e video. Kholud non ha pensato, tuttavia, che sebbene la rete arriva ovunque senza confini, i diritti quelli no, non sono ovunque.

Nella Monarchia Assoluta Saudita, il diritto in generale è molto opinabile e nelle mani dei giudici. La legge principale è la Sharia, che racchiude i precetti del Corano e la Sunna, ossia la tradizione del Profeta Mohamed. Non esiste un codice né tantomeno il precedente giudiziario. Ma è il giudice a valutare la condanna, o l’assoluzione, di caso in caso.  Anche la modella, che avrebbe dovuto indossare l’abajia, un coprente abito nero e avvolgere i capelli, ora è in attesa della decisione di un procuratore.

Ma se in Arabia Saudita non è possibile passeggiare in abiti occidentali, come sarà per una donna vivere lì?

Un video dell’Human Right Watch (HRW) (https://youtu.be/ywkCrEBcoww)  spiega perfettamente al mondo intero cosa vuol dire essere donna nel Paese del re Salman. Dalla nascita fino alla morte, come nell’antica struttura patriarcale dell’antica Roma, la donna è controllata da un uomo. Ogni donna saudita deve avere un tutore maschile, normalmente un padre o un marito, in alcuni casi un fratello. Come nella ‘familia’ romana di 2000 anni fa, la donna è sottoposta al controllo di una figura maschile. A prendere le decisioni per lei sarà il padre nei primi anni di vita, o un fratello (in sua assenza) ed infine il marito che la sorveglierà fino alla morte, o in sua assenza, un figlio che avrà la capacità decisionale, anche nelle scelte più intime e personali. Questo sistema rade al suolo il concetto di diritto per l’universo femminile, che resta un’utopia anche per le generazioni più recenti. Questo sistema di sottomissione della donna all’uomo coinvolge tutto il gentil sesso, senza distinzione di aree geografiche o classi sociali di provenienza.

Questo vincolo coinvolge tutte le sfere di vita della donna: dal viaggiare a contrarre contratti (come una banale locazione). Alle donne non è consentito guidare autovetture. Dal 2013 è stato concesso loro l’utilizzo della bicicletta. Per spostarsi fino a 45 anni devono essere accompagnate da un tutore, superata questa soglia sarà sufficiente un’autorizzazione scritta. Lo sport resta un’attività prettamente maschile, basti considerare che nessuna delle 153 associazioni sportive riconosciute dalle autorità, non vede tra i suoi iscritti nessun membro femminile. Nell’ambito professionale, fino a pochi anni fa, le donne venivano considerate adeguate solo per la professione medica e dell’insegnamento. Oggi, dopo alcune riforme emanate per la forte pressione internazionale, esse possono accedere a qualsiasi tipo di impiego. La discriminazione, la tutela di quello che possiamo definire un ‘pater familias’ o ‘pater potestas’ – anche se nell’antica Roma esso rappresentava più un tutore legale- fanno sì che quasi due milioni di donne siano disoccupate e che metà della popolazione femminile non ha un diploma universitario.

Da qualche anno alle donne è stato concesso di partecipare alla vita politica, ma il report HRW Boxed In: le donne e il sistema di custodia maschile in Arabia Saudita’  afferma: «Mentre le donne ora servono nel Consiglio di Shura e nei consigli comunali, queste vittorie restano limitate e le autorità continuano a frenare la capacità delle donne di partecipare alla vita pubblica. Le donne hanno costituito meno del 10% dell’elenco finale degli elettori registrati per le elezioni del 15 dicembre 2015. Molte donne hanno dovuto affrontare le barriere legate al sistema di tutela quando si registrano per votare, come ad esempio l’obbligo di dimostrare la residenza nel loro distretto di votazione, un compito difficile o impossibile per molte, le cui denominazioni non sono generalmente elencate in materia di alloggi o accordi di affitto per cui occorre presentare una tessera familiare, spesso detenuta da un tutore maschile e difficilmente concessa».

Nell’aprile del 2016, l’Arabia Saudita ha annunciato un progetto denominato ‘Visione 2030’, che dichiara che il governo continuerà a sviluppare talenti femminili, investirà nelle loro capacità produttive e consentirà loro di rafforzare il proprio futuro e contribuire allo sviluppo della propria società e dell’economia.

Ma viene da chiedersi: può Il Governo raggiungere questa visione se non abolisce il sistema di tutela maschile che limita gravemente la capacità delle donne di essere parte della vita sociale ed economica saudita?

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