Israele: sì alla pace, pronti alla guerra per la nostra sicurezza

Pubblicato in esclusiva su ‘L’Indro’ (www.lindro.it) e qui ripubblicato per gentile concessione

Quando si parla di noisi parla delle nostre armidelle bombe e delle esplosioni sui bus. Deve sapere che lo scorso mese abbiamo festeggiato il sessantanovesimo compleanno di Israelee, in tutti questi anni, abbiamo fatto tantissime cose per il mondo intero. Abbiamo portato avanti la scienza, la medicina e la tecnologia, con il maggior numero di nuove aziende al mondo, e con tantissimi brand che investono nel nostro Paese. Siamo il Paese che ha più museipiù libri e che ama leggere più di molti altri Paesi nel mondoGli uomini e le donne d’Israele amano la cultura e vogliono conoscere sempre di più, ed eccellono lavorando nel campo scientifico e tecnologico. Ad esempio, mia sorella lavora ad Intel, che ha il più grande centro di produzione e distribuzione in Israele; allo stesso modo Google, Microsoft ed IBM hanno i loro centri di programmazione e distribuzione in Israele. Ha mai sentito parlare di Mobileye? Quest’azienda è divenuta in brevissimo tempo una delle aziende leader mondiali nel suo campo. Hanno studiato le tecniche elettroniche più all’avanguardia per proteggere il conducente di un’automobile. Loro hanno iniziato in Israele dieci anni fa con un capitale di circa diecimila dollariora è il più grande gruppo di produzione di sistemi anticollisione. Skype, noi stiamo parlando in questo momento grazie Skype, questo è un software Made in Israele”. Dall’altra parte del pc, a dirci queste cose, è Aviv Bar Oz, già presso l’Ufficio per la Formazione Diplomatica del Ministero degli Affari Esteri di Israele, e ora impegnato negli studi politici. “Quindi, parliamo di tecnologieparliamo di software, di innovazionedi educazione. Parliamo di queste cose, non solo di guerra e terrorismo”, ci esorta Aviv. “Abbiamo il deserto a sud, ed il mare a nord, abbiamo Gerusalemme, una delle città più belle al mondo. A Tel Aviv, pochi giorni fa si è tenuto il Gay pride, dove più di 250.000 persone LGBT hanno festeggiato per i loro diritti, per la loro libertà. Tel Aviv è considerata Manhattan del Medio Oriente, il turismo è un caposaldo della nostra economia. Abbiamo tutto: dalla storia alla cultura, dal mare al deserto in sole poche ore di macchina. Se decidesse di venire, vedrebbe il clima di sicurezza e tranquillità che si respira”.
E’ sabato, e Aviv non è religioso, ci precisa, per tanto, essendo un giorno festivo ma non rispettando lui il sabato del riposo ebraico, ha qualche ora di tempo libero da dedicarci. Ci apre ‘virtualmente’ le porte di casa sua, nei pressi di Haifa, circa 100 km a nord da Tel Aviv. Si sta concludendo la prima settimana di uno degli incidenti diplomatici più gravi del Medio Oriente – l’isolamento da parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo del Qatar– e in Israele Gaza è nuovamente al centro dell’attenzione – ieri, 50° anniversario della fine della Guerra dei Sei Giorni, le autorità israeliane hanno vietato ai palestinesi di età inferiore ai 40 anni di entrare nella città di Gerusalemme per effettuare la preghiera collettiva del venerdì nella moschea di al Aqsa, mentre si diffondeva la notizia che il Governo si prepara al via libera a 3.000 nuove abitazioni per i coloni in Cisgiordania e che un tunnel è stato scoperto sotto due sue scuole elementari a Gaza gestite dall’Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi). Aviv ha lavorato presso il Ministero degli Affari Esteri e ora si occupa della politica israeliana, sa bene che noi lo abbiamo cercato proprio per parlare di questa situazione, non delle eccellenze, indubbie, del suo Paese.

 

Aviv, l’UNRWA è sotto accusa per un tunnel che passa sotto due scuole nelle vicinanze del campo di Maghazi, sarebbe un tunnel di Hamas -anche se l’organizzazione ha negato.

Ne siamo sicuri al 100%. Hamas ha utilizzato molte volte in passato questo tipo di tunnel per compiere attentati. La cosa triste è che ogni giorno Hamas depreda camion che trasportano materiali edili da Israele, per costruire questo tipo di passaggi, lasciando invece i civili senza case.

Hamas è nuovamente sotto tiro, e non solo da parte di Israele, ora che il Qatar è stato messo sotto accusa dall’Arabia Saudita e isolato.

Qatar, e soprattutto Iran, esercitano una forte e cattiva influenza nella regione. Sponsorizzano il terrorismo e contribuiscono continuamente all’instabilità nella regione, soprattutto continuando a donare soldi alle popolazioni di Gaza, con la scusa di evitare una crisi umanitaria. Hamas, non fa il bene per i palestinesi in quest’area, anzi, è il loro male, e questo i palestinesi lo hanno capito molto bene, ma sono prigionieri di questa organizzazione terroristica.

Hamas, però, ha il controllo della Striscia di Gaza, e questo controllo è nell’interesse di Israele anche. Non è forse vero che Israele preferisce Hamas piuttosto che un’altra organizzazione?

Israele vorrebbe un partner a Gaza con cui sia possibile cooperare, non un’organizzazione criminale e folle, che desidera annientare lo Stato di Israele. Qui stiamo parlando se preferiamo un male che già conosciamo o un male sconosciuto. Se Hamas dovesse smettere di esistere non sappiamo quale altra organizzazione estremista prenderà il suo posto…

E’ di poche settimane fa il viaggio di Trump a Riyad. Come legge questo vertice e nuovo rapporto tra USA e Arabia Saudita?

La situazione delle alleanze internazionali è qualcosa di molto complicato, ad ogni modo noi crediamo fermamente che l’alleanza tra Israele e Stati Uniti sia quella più solida nel Medio Oriente. Se Trump è riuscito ottenere dei vantaggi, in termini di investimenti, da questo incontro a Riyad, tutto quello che è riuscito ottenere di buono economicamente, risulterà un vantaggio anche per Israele. A conferma di tutto questo la visita dell’Ambasciatore Usa, Nikki Haley, di qualche giorno fa a Tel Aviv.

Pochi giorni fa, per la prima volta l’ISIS ha colpito Teheran.

Innanzitutto siamo profondamente addolorati per le vittime di Teheran. Israele condanna sempre il terrorismo, indipendentemente che colpisca Teheran, o l’Arabia Saudita, o Londra, o Manchester, il terrorismo è sempre terrorismo, ed è orribile ovunque colpisce e indipendente che vengano colpiti cristiani, arabi, o ebrei qui in Israele. Io spero che questi crimini trovino una fine, è necessario fermarli. La guerra al terrorismo è una guerra globale.

L’Unione Europea sta vivendo momenti complicati e anche importanti cambiamenti, da Brexit alla vittoria di Macron in Francia. Come guardate a questa realtà da Israele, ora che avete ritrovato un rapporto disteso con gli USA di Trump?

I rapporti del nostro Paese con l’Europa sono buoni, soprattutto dal punto di vista economico e commerciale, nonostante alcune tensioni negli anni passati per via del conflitto tra Israele e Palestina. Crediamo che l’Europa abbia capito meglio cosa significa terrorismo. Ciò che è avvenuto a Berlino, a Cannes, a Parigi, e più recentemente a Manchester e Londra, è qualcosa che noi abbiamo imparato a conoscere da diversi anni. Già quindici o venti anni fa, attacchi come quelli che hanno colpito di recente Londra, erano all’ordine del giorno in Israele. Adesso l’Europa si trova nella stessa situazione di Israele. Credo Europa e Israele stiano lavorando bene insieme, e stiamo combattendo lo stesso nemico.

Crede che l’Occidente, in particolare l’Europa, abbia qualcosa da imparare da Israele in fatto di terrorismo?

Assolutamente sì. L’Europa ha molto da imparare da Israele, perché, sfortunatamente, mi tocca dire, noi abbiamo l’esperienza. Pensi che mi ricordo quando avevo solo 8 o 10 anni, mia madre si raccomandava di non prendere l’autobus, dicendomi che se lo avessi preso sarei potuto esplodere. Questo avveniva nella mia città e nei centri vicini. E’ la stessa cosa che state vivendo ora in Europa: puoi andare a fare una passeggiata a London Bridge e venire accoltellata, oppure puoi andare ad un concerto a Manchester e un terrorista potrebbe farsi esplodere nella folla. Io credo che l’Europa, su questo, abbia molto da imparare da Israele, ed è per questo che la collaborazione tra Israele ed Unione Europea si è intensificata negli ultimi anni.

Parliamo delle strategie che Israele adotta contro il terrorismo.

La strategia più importante è sicuramente la tecnologia, Israele è il primo Paese al mondo con più start up pro capite, più degli Stati Uniti, più di qualsiasi altro Paese in Occidente. Noi abbiamo tantissimi privati, tantissime aziende che investono nella tecnologia applicata militarmente nella guerra al terrore. Ad esempio abbiamo Arrow2 , il sistema missilistico radiocomandato in grado di intercettare e distruggere missili balistici su scala nazionale, scoraggiando attacchi missilistici dall’esterno e mettendo in sicurezza tutti i cittadini di Israele, soprattutto nell’area di Gaza, che dal 2000 per dodici anni sono stati sotto attacco. Recentemente stiamo sperimentando anche nuove armi, che prevedono l’utilizzo del titanio, di cui i media stanno parlando ultimamente, e i rumors sostengono già pronti. Ecco, credo che l’Europa dovrebbe investire molto in tecnologia.

Si, ma Israele non utilizza solo tecnologia. Per esempio distrugge le case di cittadini palestinesi terroristi, o accusati di terrorismo.

Ebbene sì, le forze armate di Israele usano demolire le case dei terroristi, perché è necessario combattere in qualsiasi modo contro il terrore. Nella striscia di Gaza abbiamo ragazzi e ragazze palestinesi che si arruolano nelle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, con Hamas, e altri gruppi terroristici di matrice jihadista, nei territori della West Bank. La distruzione delle loro case, porta i familiari a dire ai loro figli e parenti ‘basta, non fatelo’. Non so se è esattamente lo stesso, ma anche in Europa, per esempio in Belgio, le forze armate entrano nelle case dei terroristi, o di individui legati al terrorismo, per cercare altri terroristi o altre prove di attacchi programmati. Non sappiamo se i loro familiari sono coinvolti. La guerra al terrorismo è una battaglia molto dura, e molto complicata, ma è necessario fare di tutto per proteggere noi stessi e il nostro modo di vivere. Poi spetta alla Comunità internazionale dire se facciamo qualcosa di sbagliato o se c’è qualcosa da correggere.

Beh, ma nelle perquisizioni in Belgio o altrove, la Polizia europea non distrugge le case dei terroristi.

Mi dispiace, ma preferirei passare alla domanda successiva.

Torniamo alle strategie di Israele nella lotta al terrorismo.

Ci sono barriere concrete per impedire ai terroristi di correre oltre modo, e naturalmente aiuta. Ad esempio, a Gerusalemme ci sono molti ostacoli con blocchi antisfondamento in cemento. Ho sentito, che ora anche a Londra hanno fatto lo stesso. È terribile rendere le città così brutte, ma la sicurezza è la cosa più importante. In Israele, da anni abbiamo guardie di sicurezza all’ingresso dei centri commerciali, quindi ci sentiamo molto sicuri. Nelle aree problematiche abbiamo ovunque sistemi di videosorveglianza, costantemente monitorati dalle forze dell’ordine. L’intelligence preventiva è molto importante. Siamo molto bravi in questo, quindi ci sentiamo molto sicuri.

Il raggiungimento della pace tra Israele e Palestina implica il rilascio di alcune terre da parte di Israele. Vi è, tra le forze politiche israeliane e nel contesto della società civile un dibattito in questo senso? Secondo alcuni analisti israeliani questo dibattito non c’è ed è uno dei problemi.

Se ho capito bene la sua domanda, parliamo delle terre assegnate ad Israele dal 1967. Già tra il 1990 e il 1991 c’è stato un summit tra Israele e Palestina, che ha portato ad un accordo sulla maggior parte dei territori, inclusi i territori annessi con la Conferenza Annapolis del 2007, le posso dire che già è stato raggiunto un accordo al 97 o al 99 %, sia per quanto riguarda i territori della Striscia di Gaza e Cisgiordania. L’unico problema resta il conflitto portato avanti dai palestinesi nei confronti della comunità ebraica, questo è l’unico ostacolo alla pace. Se domani, Mahmūd Abbās, dovesse dire “ok, io riconosco lo Stato di Israele”, Netanyahu ed Abu Mazen si siederebbero ad un tavolo e la pace sarebbe fatta.

Quindi lei crede davvero che sia possibile arrivare a questo accordo nel breve termine?

Dipende, dipende da entrambe le parti. Noi siamo pronti, più volte abbiamo provato a sederci ad un tavolo per farlo, ma ogni volta che lo abbiamo fatto, abbiamo subito attacchi terroristici sponsorizzati dai palestinesi. Lei sa che ci sono in Israele tanti, tantissimi terroristi palestinesi arrestati che hanno ricevuto soldi dal Governo palestinese per compiere attentati contro Israele? Per fare esplodere bombe contro ragazzi e ragazze ebrei, bambini, neonati ed anziani? Mi creda, per noi è veramente difficile esporci per una pace ed essere attaccati ed uccisi, la situazione è molto difficile, molto complicata, e nonostante queste complicazioni, noi, ci stiamo e ci abbiamo provato. Per le autorità palestinesi, questo accordo è impossibile, perché vorrebbero cacciare gli ebrei dai territori di Israele. Se lei facesse loro la stessa domanda che ha fatto prima a me, loro le risponderebbero “noi vogliamo tutta la terra, incluse Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Elat… le vogliamo per noi”. Quindi finché i palestinesi non cambieranno idea, giungere ad un accordo di pace sarà dura. Noi siamo disponibili, siamo d’accordo, lavoriamo ogni giorno con la Palestina, abbiamo contatti quotidiani con l’Esercito della Palestina, possiamo lavorare molto bene insieme, sia in termini economici che diplomatici, ma è necessario che la Palestina riconosca, una volta per tutte, lo Stato di Israele, senza questo, non è possibile proseguire con nessun altro step.

Cosa pensano gli israeliani dei palestinesi?

Due o tre anni fa, venne fatto un sondaggio per vedere quanti israeliani fossero favorevoli ad un accordo di pace con la Palestina, credo che circa il 60 o 65% della popolazione di Israele desiderava la pace con lo Stato della Palestina. Sulla mia pagina Facebook personale ho tantissimi amici arabi. Anche all’interno delle istituzioni, la piccola comunità araba all’interno di Israele sostiene Netanyahu ed è rappresentata in Parlamento, godono degli stessi diritti di un qualsiasi cittadino ebreo. Prima di lavorare al Ministero degli Affari Esteri di Israele, ho lavorato come guida turistica in Europa ed in Occidente, e ho incontrato tantissimi arabi con cui abbiamo stretto amicizia. Quando ho frequentato l’Università lo stesso. Io non giudico una persona dalla religione, non importa che sia musulmano, ebreo, cristiano o buddista, è prima di tutto una persona, e la valuto per quello che fa.

Ma allora di chi è la responsabilità di questo eterno conflitto?

Io non voglio dire che la responsabilità sia da una parte sola, che sia solamente responsabilità dei palestinesi…

Non voglio sapere di chi è la colpa. Vorrei sapere se lei ritiene che lo scontro tra Israele e Palestina abbia alla radice motivazioni attinenti a interessi economici, strategici, o piuttosto motivi religioni e ideologie?

Mmm… questa è una domanda veramente complicata, è molto difficile dirlo. Io credo sia, per lo più, una guerra per ragioni ideologiche. Se lei chiedesse ai palestinesi, le risponderebbero che prima noi non eravamo qui, che tutte queste terre appartenevano a loro, ma noi in realtà eravamo qua 2.000 o 3.000 anni fa, prima dell’impero romano, così noi siamo tornati nella nostra terra originaria e abbiamo ritrovato templi e sinagoghe di 2.000 o 3.000 anni fa. Inoltre queste terre noi le abbiamo pagate care dopo la seconda guerra mondiale. Io credo che sia una guerra principalmente religiosa, anche se è possibile che vi siano altri interessi. Grazie anche al supporto degli Stati Uniti e di molte organizzazioni internazionali che ci hanno aiutato, abbiamo costruito strade, ponti e fatto investimenti, e forse è anche questo un motivo. Le voglio fare un ultimo esempio, sul confine dei territori palestinesi ed israeliani c’è una città che è controllata da Israele, Baqa El Garbiyyhe, detta città della pace, abitata sia da arabi palestinesi che da ebrei israeliani. Beh, in questa città, poco tempo fa è stato indetto un referendum che chiedeva nel caso lo Stato palestinese avesse preso forma, da quale autorità avrebbero preferito dipendere, se Israele o Palestina. Il 97% della popolazione, anche se a maggioranza araba, ha risposto che avrebbe voluto dipendere da Israele.  Loro vivono bene, prosperano quotidianamente, perché avrebbero dovuto accettare lo Stato Palestinese? Noi viviamo in pace con tutti, arabi e cristiani, l’unico nostro nemico è il terrorismo.

Per concludere, come vede il futuro per Israele?

Sicuramente noi abbiamo alzato la guardia, per quello che sta accadendo, e che può accadere nei prossimi giorni. Noi abbiamo un’intelligence all’avanguardia, abbiamo tutte le migliori tecnologie più avanzate, di certo non esiteremo ad utilizzarle per proteggerci. Non permetteremo a nessuna organizzazione nemica o terroristica di fare ingresso in Israele, e siamo disposti a fare qualsiasi cosa per la nostra sicurezza. Noi siamo, grazie anche alla nostra amicizia con gli Stati Uniti, l’unico Paese realmente democratico nel Medio Oriente, Giordania, Libia, Egitto, Arabia Saudita non rappresentano delle vere democrazie, in questi Paesi da oggi a domani tutto può accadere. Per noi la guerra non è mai finita perciò il livello di guardia è sempre stato alto. Noi abbiamo la nostra religione, rispettiamo l’opinione di tutti, c’è libertà, cosa che negli altri Paesi non accade. Noi ci auguriamo uno scenario di pace, ma purtroppo all’esterno non è così.

1 Comment

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