Il dilemma o non dilemma di Israele oggi Il dibattito con cui Israele si trova a fare i conti è l’accordo di pace con la Palestina: le terre occupate e le sue ambizioni. Ci ha aiutato a capirne di più il Porfessor Paul Sham, dell’Università del Maryland

Pubblicato in esclusiva su ‘L’Indro’ (www.lindro.it) e qui ripubblicato per gentile concessione

«All’interno di Israele c’è un dibattito dal 1967 sul lasciare o meno alcuni territori occupati per il raggiungimento di un accordo di pace. A questo punto, sebbene la maggior parte degli israeliani ebraici accetta in linea di principio la soluzione dei due Stati, sente che i palestinesi non la pensano ugualmente e credono che non esista una prospettiva realistica. Probabilmente la maggior parte sente lo status quo più sicuro di un cambiamento. Forse il 20-30% crede fortemente in un processo di pace ora e alla fine dell’occupazione, e un numero simile, più o meno, crede che Israele abbia un diritto assoluto alla terra e deve tenerlo e risolverlo».

Così sintetizza la questione il Professor Paul Scham, direttore dell’Istituto Gildenhorn, per gli studi su Israele presso l’università del Maryland. Ma come si legge dal report ‘The Over Dramatization of Israel’s  Dilemma’, del Begin Sadat Center for Strategic Studies, questo dibattito non verrebbe preso poi così tanto sul serio da Israele, non si sta realmente chiedendo quante e a quali terre rinunciare, soprattutto perché non possono imporre ai palestinesi di prendere terreno, poiché la comunità palestinese vede la pace con Israele, un po’ come una sconfitta dopo una lotta di cent’anni. In effetti l’occupazione israeliana viene utilizzata dai palestinesi come un’arma, una delle migliori armi contro Israele, che si trova a sostenere i costi morali, e non solo, di questa occupazione, inoltre costringerebbe Israele ad ammettere davanti a tutto il mondo, che potrebbe scegliere di ritirarsi da quei territori. Perciò l’occupazione, intesa come forza militare e le vittime che Israele continua a registrare è, per i palestinesi, il giusto prezzo che gli ebrei devono pagare per vivere in quei territori. Eppure, come ci ha detto Scham, una parte di israeliani ebrei che crede nel processo di pace esiste, come è altrettanto vero, che la comunità palestinese è in cerca di pace, ma senza nemmeno ipotizzare la possibilità di una pace che riconosca Israele, e che metti fine allo sforzo palestinese per ottenere tutte le terre dal Giordano al Mar MortoQuindi una soluzione a due Stati sembra al quanto improbabile, poiché sarebbe vista dalla Palestina come una sconfitta che renderebbe vani gli sforzi compiuti fino ad oggi. Per il popolo palestinese l’unica soluzione pensabile resta la distruzione dello Stato di Israele. Ma secondo i tecnici, ci sarebbero delle strade percorribili, la prima sarebbe unaccordo con i palestinesi che accettino i territori di Giudea e Samaria, la seconda ipotesi prevede un’azione unilaterale da parte di Israele di dividere i popoli ponendo di fatto fine all’occupazione, bypassando l’accordo palestinese.

Ma come può Israele agire in modo unilaterale per dividere i popoli? Questa idea è già stata applicata nel territorio di Gaza che ha già visto il disimpegno degli israeliani, tentativo fallimentare visto che internazionalmente Israele è considerato un occupante di questa regione, anche se si è ritirato completamente. Tuttavia mentre la dismissione di Gaza era piuttosto semplice, l’eventuale separazione di arabi ed ebrei nella Cisgiordania potrebbe essere difficile senza un accordo palestinese, poiché Israele necessita di queste terre per poter accedere alla valle del Giordano. Sempre in Cisgiordania, risulta esserci una delle questioni che ostacolano maggiormente il processo di pace: il muro della vergogna o muro dell’annessione, la barriera di protezione che Israele ha costruito per impedire l’ingresso di terroristi palestinesi sul suolo nazionale. Basta pensare che i palestinesi definiscono, invece, questo muro come muro di separazione razziale o meglio razzista.

Lo stesso discorso vale per la Giudea e la Samaria, che dopo un ritiro unilaterale da parte dello Stato di Israele, i palestinesi fanno pressione affinché siano ancora occupati, in modo che gli israeliani agiscano nelle regioni evacuate con il continuo invio di giovani israeliani ebrei come soldati.

Per questo non vi è un vero e proprio dilemma all’interno della comunità ebraica israeliana, sostiene il report, su come e quali terre evacuare nel breve termine, su quali vantaggi rinunciare o meno, ritenendo di prolungare ancora un’occupazione temporanea, che temporanea non è per non complicare la situazione già intricata. Sham, riguardo alla domanda sulle ambizioni di Israele ci conferma che «Netanyahu, e probabilmente la metà della popolazione ebraica, vuole lo status quo per ora. Molti, ma non tutti i suoi sostenitori, appoggiando l’insediamento continuato. L’altra metà vorrebbe, invece, consentire ai palestinesi uno Stato adesso; o mantenerlo per sempre sotto il controllo israeliano». Sicuramente in un progetto a lungo termine, risulta essere indispensabile un miglioramento dei rapporti con la Palestina e con tutto il mondo arabo, un approccio più ‘gentile e democratico’ potrebbe portare i palestinesi ad abbandonare l’obiettivo di cancellare Israele dalle cartine geografiche del globo. In questo potrebbe essere fondamentale il ruolo dell’amministrazione del Presidente Donald Trump: o chiarendo al mondo arabo che non parteciperà mai alla distruzione dello Stato ebraico o, come afferma Scham, «esercitando una grave pressione su Israele, come aveva provato a fare Obama, fallendo. Nessuno sa cosa farà l’attuale Presidente. L’opinione pubblica americana sta diventando sempre meno favorevole ad Israele e all’occupazione, ma molto lentamente».

Effettivamente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dopo le risoluzioni 242 e 338, non si è imposto significativamente per porre fine al conflitto tra Israele e Palestina. L’influenza degli Stati Uniti si è sempre attenuta fino ad oggi all’agenda della NATO, ricoprendo quasi sempre un ruolo marginale e simbolico, né la Palestina, né Israele hanno dovuto affrontare il dispiacere o la pressione concreta della potenza americana. Per certi versi, la politica recente statunitense ha solo peggiorato lo scontro tra le due fazioni. Lo stesso Trump, che aveva fatto sperare in un accordo di pace in dirittura d’arrivo, annunciando i giorni scorsi di lasciare l’ambasciata americana a Gerusalemme, non ha fatto intendere la volontà di un cambio di marcia, ma ha confermato un ruolo simbolico e diplomatico tra Israele e Palestina. Così gli Stati Uniti evitano di prendere posizione sulla questione dell’occupazione di Israele e sul muro israeliano, né assumono un ruolo di rilevanza sulla questione della sicurezza di israeliani e palestinesi. La non variazione della rappresentanza americana nella regione, non dà alcuna soluzione alla sovranità condivisa che va avanti su Gerusalemme, né tantomeno ai milioni di rifugiati palestinesi ancora oggi senza Stato.

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