Isis e Al Qaeda: pronti per il Ramadan? Intervista al professore Lorenzo Vidino, direttore del programma sull’estremismo alla George Washington University

Un altro Ramadan incombe su di noi e non è una novità che questo mese, sacro per i Musulmani, è adorato dai combattenti di Allah in tutto il mondo per distribuire panico e terrore, seminando morte indistintamente e ovunque per accaparrarsi un posto in Paradiso tra le braccia di Dio, un dio sadico e perverso che si compiace allo strazio delle urla dei bambini, che ordina di combattere gli infedeli, ma soprattutto un Dio silente, che non è in grado di far valere la sua volontà.

L’agenda del terrore degli anni passati è pregna di sangue: il 26 giugno 2015 due attacchi quasi simultanei, ventisei persone morirono per mano di un kamikaze in una moschea in Kuwait, contemporaneamente in Tunisia, nella turistica Sousse altri trentotto tra uomini, donne, giovani, anziani e bambini venivano fucilati, al Marhaba Imperial Resort. Ma è nel 2016 che gli angeli della morte danno il meglio di sé: il 12 giugno Omar Mateen fece ingresso in un gay club di Orlando, assassinando quarantanove ragazzi e ragazze, colpevoli di sorridere e divertirsi, o forse di amare la vita e/o di essere gay, cosa non certo gradita ai jihadisti; stessa sorte per le quaranta persone uccise all’aeroporto turco Ataturk il 21 maggio, stesso giorno in cui furono martorizzati i cristiani dei villaggi a nord del Libano, martiri che non si sono piegati all’ordine di cambiare nome a questo dio grande.

Ma non è ancora finita: Bangladesh, Baghdad e la stessa Medina, città santa per il loro stesso profeta Mohamed, simbolo della pace e di rispetto con le altre religioni citate nei versetti del Corano. Tutti questi fatti, tutte queste giornate macchiate di sangue ed orrore, sono state annunciate da messaggi di odio e inviti alla violenza da parte dei portavoce dello Stato Islamico (IS) e dagli esponenti di Al Qaeda & co.

È proprio in rete che questi appelli vengono lanciati, ed è in rete che il 13 maggio scorso è comparso il attribuito ad Hamza Bin Laden , sì avete capito bene, non si tratta di un caso di omonimia, ma del successore non di una famiglia reale, ma di una famiglia terrorista, successore di Osama, autore dell’evento che ha cambiato per sempre le vite degli occidentali, figlio avuto con l’unica moglie terrorista. Nell’audio, Hamza invita a combattere i cristiani e i seguaci di Gesù. Si tratta di una banale coincidenza che esattamente dieci giorni dopo, il 23 maggio, ventidue giovanissimi sono stati uccisi a Manchester e che l’attacco, rivendicato dall’ISIS, sia stato festeggiato da diversi gruppi jihadisti? Ogni giorno sentiamo parlare della perdita di terreno da parte dello Stato Islamico, è possibile che questa perdita abbia risvegliato l’orgoglio di Al Qaeda? Quali sono i rapporti tra le due fazioni dello stesso ‘male’? Abbiamo incontrato il professor Lorenzo Vidino, direttore del programma sull’estremismo alla George Washington University.

Tutti gli anni durante il Ramadan, mese sacro per i musulmani, abbiamo assistito a un’escalation di violenza in termini di attentati, preceduti dagli appelli di fondamentalisti inneggianti al Jihad, la comparsa dell’audio il 13 maggio scorso, attribuito al figlio di Bin Laden e l’attentato di Manchester avvenuto il 20, sono leggibili in questa chiave?

Non ci sono elementi, che ci fanno pensare che questi fatti siano collegati al Ramadan. Diciamo che tradizionalmente abbiamo visto che questo è un periodo in cui vari gruppi, lo IS negli ultimi anni in particolare, fanno ricorso alla violenza in maniera particolare comunque cercano di esortare i propri adepti a dar corso alla violenza , per un motivo da una parte strategico, una dimostrazione di forza, cioè concentrare una serie di attentati a livello globale in un determinato periodo, poi c’è  per una valenza religiosa, è nota la credenza jihadista che morire durante il Ramadan assicuri un ingresso preferenziale al Paradiso.

In termini più semplici come possiamo spiegare il Jihad?

Il concetto è complicato perché rischia di diventare controverso. Diciamo che Jihad nell’Islam ‘mainstream’ è tutto ciò che comporta uno sforzo, atto a compiacere Dio. Vi è inoltre la distinzione tra grande Jihad e piccola Jihad. Per grande Jihad si intende lo sforzo atto al miglioramento, di cambiare il proprio comportamento interiore per seguire i dettami di Dio.  Quello che invece viene ritenuto jihad minore e che noi occidentali conosciamo di più è, invece, il combattimento vero e proprio regolamentato nell’Islam, con tutta una serie di regole: quando è consentita la violenza, contro chi, quando è legittima e quando no, quali possono essere gli obiettivi legittimi, e quali no. Diciamo che esiste un movimento globale che negli ultimi 40 anni ha fatto propria una interpretazione radicalizzata del concetto di Jihad che ritiene che la violenza vada usata più o meno indistintamente sempre. Il concetto che noi occidentali conosciamo di più di Jihad è proprio questo, combattimento e terrorismo.

Ma nel corano ci sono dei riferimenti specifici alla violenza e al combattimento?

In giro ci sono esperti molto più competenti di me sull’Islam. Sicuramente ci sono riferimenti al combattimento e alla violenza. Diciamo che è un problema di contestualizzazione ed interpretazione letteraria del testo. Quando Maometto dice che gli ebrei vanno combattuti, fa riferimento a una battaglia specifica nella penisola araba del tempo, ma il jihadista lo interpreta più generalmente come un ordine di combattere gli ebrei.

Quali sono le differenze ideologiche, politiche, nonché strutturali tra lo Stato Islamico ed Al Qaeda?

La storia è complicata e travagliata. Lo Stato Islamico nasce come costola di Al Qaeda, deriva cioè da questa, l’ideologia più o meno è la stessa, la visione è uguale tra i due gruppi. Diciamo che poi per una questione di circostanza, i metodi usati dai due sono diversi, lo IS si trova a fare, non tanto quello che Al Qaeda non voleva fare, ma quello in cui Al Qaeda non è mai riuscito, divenire cioè un’entità territoriale. Lo Stato Islamico già nel 2008-2009 si dà una struttura Statuale in Iraq che ha come obiettivo quello di creare una realtà territoriale permanente con scopi di espansione, usa sì strategie terroristiche, come con l’attentato a Bagdad, ma agisce anche come forza paramilitare, come un’entità statuale, dandosi una struttura con veri e propri apparati governativi. Al Qaeda invece, opera di più come un gruppo terroristico tradizionale, non come un esercito vero e proprio come l’ISIS, ma nascondendosi e operando nell’oscuro nella pianificazione di attentati. Ci sono stati tentativi da parte di Al Qaeda di occupare dei territori in maniera permanente, ha cercato di farlo in Yemen, in Mali, negli ultimi anni sempre fallendo, questa è la grande differenza. Entrambe hanno mire globali, l’ideologia di riferimento è fondamentalmente la stessa, ma c’è una forte rivalità tra le due, dettate non tanto da una differenza ideologica, ma più che altro a livello competitivo di leadership personali.

Come sono distribuiti i due gruppi sullo scenario globale?

Lo Stato Islamico ha il suo centro di gravità nello scacchiere siriano-iracheno, mentre Al Qaeda ha il suo fulcro, anche se meno fisicamente evidente tra l’Afghanistan e il Pakistan, non controlla però territori, ma si sa esserci una leadership in quella zona, anche se non è facile dire esattamente dove. Esiste poi, in giro per il Medio Oriente, Nord Africa e il continente asiatico, tutta una serie di gruppi che rispondono a delle dinamiche molto fluide di collegamento con questi gruppi: ci sono cioè fazioni che fanno riferimento alla galassia Al Qaeda ed altre che fanno riferimento allo Stato Islamico, ci sono milizie abbastanza indipendenti che un giorno passano con uno, un giorno passano con l’altro schieramento, caratterizzati da una fedeltà e da una lealtà molto risicata. C’è una competizione a livello globale sull’attrarre gruppi a livello locale, che giurano fedeltà ad Al Qaeda, piuttosto che all’ISIS ed è chiaro che per due gruppi che mirano ad avere attività a livello mondiale, avere questo network globale, assorbire cioè questi gruppi come Al Shabaab in Somalia, Boko Haram in Nigeria, è sicuramente molto importante, e c’è una competizione in questi termini.

Lo Stato Islamico continua a perdere terreno, potremmo affermare che questa perdita va a risvegliare in qualche modo Al Qaeda? O meglio possiamo dire che i territori persi dallo Stato Islamico vanno a rifinire nella rete di Al Qaeda?

No questo no, perché i territori persi dall’ISIS vengono assorbiti da altre forze, cioè dal Governo Iracheno in Iraq, dai curdi, dal Governo Siriano in Siria, tendenzialmente non sono altre formazioni Jihadiste. Però la perdita d’ influenza che deriva soprattutto dalla perdita di territorialità dello Stato Islamico, visto che questo fattore era elemento determinante di successo, nel momento in cui la perde, perde un po’ di ascendente e naturalmente Al Qaeda, che non è mai definitivamente scomparso, per ovvi motivi riconquista credibilità. Non sicuramente in termini di territori, ma in termini di ‘brand’, ci guadagna. C’è da dire che in territorio siriano, c’è un gruppo chiamato Al-Nusra che viene da Al Qaeda, anche se recentemente ha dichiarato di non farne più parte e di aver creato un’altra entità statuale, un po’ più in sordina rispetto allo Stato Islamico, ma senza dichiarare il Califfato e senza grossi proclami, ha di fatto creato uno Stato, questo indipendentemente dalla perdita di territorialità dell’ISIS. Tuttavia c’è da dire che il gruppo isolato in qualche parte del mondo, che un anno fa avrebbe giurato fedeltà allo Stato Islamico, oggi come oggi può passare ad Al Qaeda.

Secondo lei, queste due realtà sono destinate a rimanere due entità distinte o è possibile ipotizzare un’unione delle forze?

Domanda da un milione di dollari, molto difficile da dire. C’è da dire che per quanto riguarda i livelli bassi – certo se uno guarda il livello alto tra le leadership esiste questo conflitto, questa rivalità- però per l’aspirante Jihadista, per il soggetto che si unisce a questi gruppi nella stramaggioranza dei casi, poco importa a quale gruppo si unisce, vuole combattere Jihad, vuole diventare un combattente, vuole mobilitarsi: scegliere Al Qaeda, piuttosto che lo Stato Islamico è una scelta dettata più dal caso e dalle circostanze. Questa rivalità a livello jihadista globale interessa poco, anzi è vista da molti come una zavorra per l’avanzamento del movimento. Come procederà poi non lo so, le opinioni degli analisti sono molto diverse, c’è chi dice che la frattura verrà riparata e si uniranno in un fronte unico, chi invece dice che si scanneranno fino alla morte…non voglio giocare ad indovinare.

Un’ultima domanda sul figlio di Bin Laden, crede che Hamza sia pronto a calzare le scarpe del padre?

Il nome sicuramente aiuta, uno dei problemi che ha avuto il leader di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri, è la mancanza di carisma e di catalizzare l’attenzione del mondo intero. È chiaro che invece il nome di Bin Laden, è un nome universalmente rispettato nell’universo Jihadista, Hamza essendo suo figlio, ha sicuramente delle credenziali notevoli, è chiaro che un discorso di questo genere c’è alle spalle.

Nulla è da escludere quindi, in questa guerra, dove tutto è lecito e l’unica logica, è quella di odio ed espansione. Una guerra di religione, imprevedibile, che attacca la gente normale, gente che si reca a lavoro, gente che viaggia, che si diverte in un locale o in un concerto, una guerra in nome di un Dio dal volto crudele, che trova compiacimento in un sacrificio. Un sacrificio che sarebbe quello di farsi esplodere come una mina impazzita, o di rubare un camion e falciare la folla non importa che ad ordinarlo si chiami Bin Laden, Al Zawahiri o al Baghdad, cambiano le etichette, le strategie, ma il risultato è lo stesso…il paradiso.

-Pubblicato in esclusiva su ‘L’Indro’ e qui riprodotto per gentile concessione

1 Comment

  1. Acredіto que isso também influenciɑ. Mas não é por aí.

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